Il Neoclassicismo e la nascita del gioiello fantasia

12 Mag

La seconda metà del ‘700 fu l’epoca del Grand Tour, ma anche di guerre e rivoluzioni che scossero l’Europa. Le rapine sulle pubbliche vie stavano diventando sempre più comuni e molti facevano fare copie dei loro gioielli, in materiali non preziosi, per portarli con sé nei viaggi. La passione per il classicismo inoltre, animata dalle scoperte di Ercolano e Pompei, coincise coi moti d’insofferenza per l’artificiosità e la frivolezza che avevano dominato le corti europee, incoraggiando l’esaltazione dello spirito e della virtù, come antidoto agli eccessi della vita mondana. Accanto alle semplici copie dei gioielli preziosi dunque, se ne diffusero altri di valore sentimentale, contenenti ciocche di capelli intrecciati racchiusi in teche, o recanti messaggi d’amore. Fig.1

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fig.1 spilla con capelli intrecciati. Victorian & Albert Museum


Uno dei grandi protagonisti di questa rivoluzione sociale del gioiello fu Georg Friedrich Strass (1701-1773). Originario di Wolfisheim, vicino a Strasburgo, Srass nel 1724 si trasferì a Parigi e si diede a sperimentare tagli e incastonature lavorando le belle gemme in vetro provenienti dall’Inghilterra e dalla Boemia. Già attorno al 1670 il londinese George Ravenscroft (1632-1683) aveva sviluppato un tipo di vetro, detto flint, a base di ossido di piombo, la cui durezza era tale da consentirne la sfaccettatura. Strass ne produsse una qualità più resistente e in pochi anni divenne famoso per i suoi gioielli spettacolari, anche se d’imitazione, firmati con una sigla GFS sovrastata da una corona, fino a ricevere la nomina di gioielliere del re Luigi XV nel 1734. Il successo di Strass fu certo indice di un singolare cambiamento nelle convenzioni sociali: prima del suo successo, i gioielli erano considerati un rivelatore di status sociale, ma ad un tratto, donne delle classi medie potevano indossare gioielli simili a quelli delle dame di alto rango.
Sul finire degli anni ‘80 del XVIII secolo, questi accenni all’eguaglianza sociale presero una drammatica piega con lo scoppio della Rivoluzione Francese. Durante il cosiddetto “periodo del Terrore”, possedere gioielli indicava l’appartenenza all’aristocrazia ed era sufficiente per condannarne il proprietario. Molti gioielli vennero nascosti, altri ceduti ai rivoluzionari per assicurarsi la fuga o ingraziarsi qualcuno, persino alcuni gioielli della Corona francese vennero venduti, provocando un crollo dei prezzi a livello europeo.
Terminata la Rivoluzione ricomparve l’ostentazione, espressa nel fervore neoclassico degli stili Direttorio e Impero, ma da questo momento in poi gli artigiani non abbandonarono mai la produzione di alternative economiche, apprezzate da un pubblico vastissimo, dando vita ad una assidua ricerca di materiali alternativi ai preziosi, da impiegare nella fabbricazione di gioielli alla moda.

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fig.2 Pendente con pietre in vetro opalino. Victoria & Albert Museum.

L’uso dei vetri speciali, come il Vauxhall o il vetro opalino, consentiva all’orafo di lavorare con meno limiti, rispetto alla lavorazione delle pietre autentiche, data l’ampia gamma di dimensioni e forme ottenibili. Con il vetro e l’uso di particolari ossidi si imitarono anche altre pietre: ad esempio incastonando vetro opalescente azzurro su di un foglio in lamina rosa, si poteva sostituire l’opale. Fig.2
Nella ricerca di un sostituto del diamante, si distinse anche uno dei più grandi industriali inglesi del secolo, Matthew Boulton (1728-1809), che nella sua fabbrica di Soho, a Birmingham, già nel 1770 impiegava più di ottocento operai nella produzione di oggetti in acciaio sfaccettato. L’acciaio, lavorato a grano sfaccettato o a borchia, oppure perforato in modo da formare decorazioni piatte e anelli decorativi per catene, veniva esportato dall’Inghilterra in tutta Europa. La maggior parte dei gioielli veniva realizzata con borchie sfaccettate disposte secondo vari motivi, ravvicinate per aumentarne lo scintillio, oppure fissate o avvitate su una base d’acciaio, il che fa ipotizzare che si tratti di una tecnica sviluppata in origine più da fabbri che da gioiellieri.

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fig.3 “Queen Charlotte” di Thomas Frye. Metropolitan Museum of Art

Oltre ai gioielli, erano di gran voga anche accessori come piccole borse in tessuto, finemente ricamate con perline in vetro o acciaio sfaccettato. Boulton impiegò con grande successo anche un altro sostituto del diamante, la marcassite, in genere montata su argento o peltro e spesso abbinata allo smalto in monili costosi, indossati da persone appartenenti a tutti i livelli sociali. Cinture, bottoni, orecchini bracciali, pendenti e chatelaine erano così belli e alla moda, che nel 1767 la regina Carlotta, moglie di Giorgio III, commissionò a Boulton due importanti catene che richiesero due mesi di lavoro. Fig. 3
All’inizio dell’800 Boulton unì il suo talento a quello di un altro innovativo imprenditore inglese, il ceramista Josiah Wedgwood (1730-1795), celebre per la produzione delle sue lastrine in materiale che imita il diaspro, impiegate in gioielleria per soddisfare l’enorme richiesta di cammei.

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fig.4 Chatelaine in acciaio sfaccettato con cammeo in jasperware. Victoria & Albert Museum

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Il Jasperware di Wedgwood venne ben presto copiato in porcellana dura dalle fabbriche di Sèvres e Meissen. Nello stesso periodo, James Tassie (1735-1799) di Glasgow e suo nipote William, utilizzarono stampi tratti da famose raccolte antiquarie per realizzare cammei in vetro, mentre anelli e medaglioni con scene dipinte sull’avorio venivano donate come pegni d’amore. Fig.5

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fig.5 Anello con cammeo in vetro di James Tassie. Victoria & Albert Museum


Accanto poi all’impiego di materiali alternativi alle pietre e ai cammei, altri inventori si cimentarono nella ricerca di sostituti di metalli preziosi. Ad uno di questi sperimentatori, l’orologiaio londinese Christopher Pinchbeck (1670-1732), si deve l’invenzione di una lega che porta il suo nome, nata da una combinazione di rame e zinco, con proprietà molto simili all’oro, di aspetto caldo e brunito, che si lavorava facilmente ed era ancora più durevole del metallo prezioso. Come l’oro poteva essere colorata aggiungendo leghe diverse e si abbinava molto bene agli strass. Per tutto il tardo XVIII secolo fino al 1830 circa, il pinchbeck venne impiegato per creare un numero considerevole di orologi, chatelaine e diademi, tutti contraddistinti da un alto livello di lavorazione, anche se destinati ad una clientela di livello modesto. Fig.6

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fig.6 Chatelaine in pinchbeck. Victoria & Albert Museum


Nel 1773, l’invenzione di Pinchbeck era già imitata in Gran Bretagna e in Francia, e in seguito il termine iniziò ad essere usato impropriamente per indicare ogni tipo di metallo dorato.
I gioielli d’imitazione, rivestono particolare interesse perché rivelano i tipi di lavorazione in uso all’epoca: i preziosi venivano infatti continuamente rielaborati e quindi la maggi

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fig.7 Spilla con pendente apribile. Collezione Silvia Fini.

or parte dei pezzi autentici del XVIII secolo non sono pervenuti integri fino ai nostri giorni. Era invece meno probabile che i gioielli imitati venissero alterati al cambiare delle mode, dato il loro scarso valore. Fig.7
Nato per scopi pratici e come rivalsa sociale, il gioiello d’imitazione avrà ben presto una sua storia autonoma, più libera e rivelatrice degli usi e costumi rispetto al gioiello autentico, fino a diventare assoluto protagonista della moda e dell’arte. Fig.8

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fig.8 Spila da cravatta con perle di fiume e ametista. Collezione Silvia Fini.

 

Autore: Silvia Fini
Articolo pubblicato sulla rivista: L’Informatore Europeo d’Arte e di Antiquariato

Race Style Party

9 Mag

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Il 2 giugno, in occasione del 70°
Gran Premio della Repubblica

l’ippodromo Arcoveggio di Bologna si veste a tema “Race Style” per ricreare l’atmosfera degli anni d’oro della sua fondazione. Si tratta di un evento ascot3d’importanza nazionale, che vede una delle gare al trotto più appassionanti dell’anno, con l’anteprima della mostra in occasione degli ottantacinque anni dalla fondazione. Prima e dopo la gara, che vedrà la premiazione del campione nazionale, sarà possibile ammirare una sfilata di moda vintage, per rivivere quello che rappresentavano gli eventi ippici nella cultura bolognese dei primi anni del Novecento.
Andare all’ippodromo significava partecipare ad uno dei più lussuosi eventi mondani, in cui esisteva un vero e proprio dress code e dove era possibile ammirare le tendenze più chic della moda da giorno: per le donne un vestito da cerimonia pomeridiano con cappello, per gli uomini un abito nero o grigio con pantaloni normali o a righe, un panciotto e un cappello a cilindro. ascot
Tutti i partecipanti che aderiranno al dress code, avranno la possibilità di realizzare foto in ambientazione vintage da condividere sui social.

Scarica da qui il tuo ingresso omaggio:Volantino-gp-rep

Organizzatore: Silvia Fini cell. 3661221360
Presso: Ippodromo Arcoveggio di Bologna Ingressi: Via dell’Arcoveggio, 37/2 e Via Corticella, 102
Giorno: 2 giugno (festa della Repubblica)
Orario: 15,30 – 18,30
Bambini: animazione gratuita
Parcheggio: a pagamento all’interno della struttura
Evento su facebook: https://www.facebook.com/events/1955302488022069/

 

Reuse with love

8 Apr

Già lo aveva anticipato Paco Rabanne negli anni ’60, ma oggi è più che mai evidente, che
il futuro della moda sta nel riutilizzare in modo diverso gli oggetti del passato e quindi…
vetrina– il vecchio computer iMac si trasforma in una cornice digitale
– le cravatte da uomo in seta diventano una gonna multicolor
– le spille “Flower Power” degli anni ’60 completano le borsette realizzate con ritagli di tappezzeria
– i cappelli in paglia e le borsette in raffia degli anni ’60, abbinati alla lingerie, creano un attualissimo outfit “Country Chic”.

Questa è la mia vetrina green… vediamo come è fatta…

Il primo abbinamento, molto semplice, è comIMG_1096posto da un top e una gonnellina fatti all’uncinetto, che creano un intrigante gioco di trasparenze.
Per rendere l’outfit più portabile, ho aggiunto un sottogonna bianco, utilizzato in origine per dare volume alle ampie gonne degli anni ’50 – ’60. La cintura è impreziosita da fiori in velluto, che un tempo facevano parte di un’ acconciatura, oppure venivano inserite nei cappellini. Tutti questi elementi, nati qualche anno fa dalle abili mani delle nostre artigiane, possono essere riutilizzati in modo diverso per dar vita ad un look giovane, fresco e divertente, in stile Country Chic.
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Gli accessori adatti a questo outfit sono le vecchie borse in raffia, oppure in paglia o in macramè, le scarpe con le zeppe in corda, le borse in tappezzeria, i bracciali e le collane in legno…
l’ imIMG_1134.JPGportante è giocare sugli abbinamenti di colore e sui materiali di origine naturale, piacevoli al tatto, caldi e comodi da indossare.

Ma qui siamo di fronte, comunque, ad oggetti tratti dal mondo della moda femminile. La sfida vera è trovare un reimpiego per oggetti che non fanno parte di questa sfera, come le cravatte maIMG_1089.JPGschili. Qui il riutilizzo si fa interessante, anche perché la moda maschile, da sempre, impiega materie prime di grandissima qualità come la seta o il cashmere, che è un peccato dimenticare nei cassetti.
Un’idea intelligente, piuttosto diffusa, è di creare accessori: collane, spille, coccarde, borsette, ecc..
Io ho invece pensato di nobilitare le vecchie cravatte, ormai fuori moda, realizzando delle gonne multicolor come questa, divertente, inedita e di forte personalità, da completare con una camicetta molto femminile.

Autore:
Silvia Fini

Nati in Siberia, prodotti in Europa

27 Mar

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Prodotti: gel doccia tonificante,
shampoo volumizzante e nutriente,
shampoo alle bacche reali
Ditta produttrice: Natura Siberica
Paese di origine: Russia
I prodotti Natura Siberica hanno ottenuto la certificazione europea ECO cosmetici biologici ICEA e non contengono derivati petrolchimici, siliconi, parabeni e coloranti artificiali.
Attualmente Natura Siberica è l’unica azienda russa membro del COSMOS-STANDARD AISBL società europea che certifica i prodotti cosmetici.

Oggi voglio parlarvi dei prodotti di Natura Siberica, un’azienda fondata nel 1997, che utilizza estratti di piante selvatiche provenienti da alcune tra le zone più incontaminate del pianeta: la Siberia, l’Estremo Oriente, le isole Faroe (Danimarca) e la riserva naturale di Alladale (Scozia).
Questa azienda ha impiantato tre aziende agricole biologiche, in grado di mantenere le stesse condizioni climatiche della natura selvatica, per conservare intatte tutte le proprietà di queste piante uniche nel loro genere.
La base impiegata per di tutti i prodotti è un olio estratto dal pino siberiano (Pinus Sibirica) che, come molte piante tipiche di ambienti con condizioni climatiche estreme, è ricco di elementi preziosi che rinforzano le barriere naturali della pelle, proteggendola dal vento e dal freddo: è cinque volte più ricco in vitamina E dell’olio d’oliva e tre volte più ricco in vitamina F dell’olio di fegato di merluzzo.
Natura Siberica ha ricevuto numerosi riconoscimenti in fiere e manifestazioni di tutto il mondo, tra i quali il premio “Best Green Cosmetics” del Cosmoprof 2012. E’ il primo marchio russo di cosmetici biologici certificati, vanta l’impiego di moderne teconologie produttive, un rigoroso controllo qualità e un’accurata selezione di piante raccolte in modo sostenibile: le piante coltivate nelle fattorie biologiche di Natura Siberica, sono certificate ICEA (Istituto per la Certificazione Etica Ed Ambientale).
Il primo prodotto che ho avuto il piacere di provare è il gel doccia tonificante, contenente estratti di: Rodiola rosea, rucola siberiana, menta biologica, olio biologico di rosa canina, geranio siberiano, estratto biologico di camelia. Il profumo è delicato ma gradevolmente fiorato, lascia la pelle idratata e morbida.
Lo shampoo volumizzante contiene: pino nano siberiano e pulmonaria selvatica. La profumazione è delicata ma molto gradevole e particolare. I capelli vengono riparati dagli amminoacidi essenziali derivati dalla pianta del pino, dopo il lavaggio sono lisci e luminosi grazie alla pulmonaria selvatica, ma non risultano appesantiti da sostanze grasse, quindi lo trovo adatto per  tutti i tipi di capelli, soprattutto se sottili o sfruttati.Lo shampoo alle bacche reali contiene: bacche dorate biologiche dei rovi camemori, olio di mirtillo rosso artico e olio biologico di olivello spinoso del nord. I popoli siberiani già dall’antichità utilizzavano i frutti di bosco per la cura dei capelli, mentre le bacche dorate erano ben note alla famiglia degli Zar per le loro proprietà uniche.. si tratta dunque di uno shampoo preparato seguento vecchie tradizioni.
La profumazione al mirtillo è intensa ma non persiste dopo il lavaggio, deterge delicatamente e lascia i capelli visibilmente idratati e luminosi. Un prodotto ideale per tutta la famiglia.

Autore
Silvia Fini

 

La bellezza è una scienza

24 Mar

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Si è da poco conclusa la cinquantesima edizione del Cosmoprof di Bologna, la fiera dedicata ai prodotti professionali per la bellezza.
Ho trovato molte nuove proposte e, da appassionata di biologia, ho cercato di selezionare tra gli espostitori alcune ditte produttrici con preparati particolarmente interessanti.
Come blogger mi sono offerta di fare da tester e molti di loro hanno accolto con entusiasmo la possibilità di avere una recensione gratuita e assolutamente disinteressata dei loro prodotti. Con molta diligenza e tanta curiosità mi sono documentata, per conoscere meglio ciò che avevo tra le mani e … questi sono i risultati.
beautylab

PRIMO TEST
prodotto: smart defence daily moisturiser
produttore: Beauty Lab
provenienza: Londra
tipo: crema da giorno idratante con protezione raggi UV

Ciò che si legge subito nell’etichetta è che tutti i prodotti Beauty Lab non sono testati su animali, non contengono parabeni nè alcool, sono ricchi di principi attivi naturali e di peptidi altamente performanti, frutto di numerosi anni di ricerca e sviluppo nei laboratori di Londra. La produzione di questa ditta è vastissima, tanto che vanta l’utilizzo di molti suoi trattamenti di bellezza da parte di celebrities e durante gli eventi da “red carpet”.
Nello specifico, il prodotto da me provato, è ricco di collagene vegetale, peptidi, acido ialuronico, minerali, vitamine e amminoacidi. L’unione di questi ingredienti, ha creato una crema idratante di altissimo livello, della durata di 24 ore, che combatte attivamente l’azione nociva dei radicali liberi, anche per chi fa un’intensa attività fisica.
Sono al corrente che, come già anticipatomi dall’esperta venditrice in perfetta lingua inglese, l’ideale sarebbe provare un trattamento completo, con prodotti specifici utilizzati nella giusta sequenza, ma questa mia testimonianza vuole essere solo una base di partenza per far conoscere l’eccellenza di quello che esiste nel settore beauty professional e dar spazio agli interessati, per eventuali approfondimenti.
Per quello che riguarda la mia personale esperienza, posso dirvi che la profumazione è delicata ma molto gradevole, la consistenza della crema non è assolutamente grassa e di facile assorbimento, lascia una sensazione sul viso di protezione, come quella che si prova quando si indossa un fondotinta. La durata è realmente di 24 ore e i risultati sono evidenti sin dalla prima applicazione. Non si tratta di una crema antirughe, quindi non ci si deve aspettare un lifting o un rassodamento dell’epidermide. Si tratta di una crema idratante e come tale agisce, in profondità, e con alta protezione dagli agenti esterni.
Questa prima esperienza è stata del tutto positiva e ringrazio la Beauty Lab per avermi dato la possibilità di farla conoscere in Italia. Info: http://www.beautylabinternational.com/#

Autore: Silvia Fini
http://www.finisilvia.com
silvia.vintage.bo@gmail.com

Benvenuta Europa

13 Mar

Le migliori manifatture, sempre attente al mercato, si avvalgono spesso di giovani promesse da inserire nel “bureau de tendance”. Questi ragazzi, di grande talento, preparatissimi sulla storia del costume e sul riconoscimento della qualità, girano il mondo sia sul web che in presenza, nella speranza di catturare nuove idee.
Nel loro girovagare spesso si imbattono in collezioni vintage come la mia, che ha il vantaggio di riunire stili, epoche, materiali e tecniche diverse… e si perdono in un microcosmo, spesso ancora sconosciuto, come quello del bijoux italiano, del quale non ci sono tantissime pubblicazioni e che quasi nessuno ha tenuto in dovuta considerazione in questi anni.
Questo forse è stato un po’ anche colpa nostra, perché si sa, la tradizione italiana dell’ornamento personale è sempre stata identificata col “gioiello vero”, quello in metalli e pietre preziose, mentre tutto il resto era considerato dozzinale, destinato a chi non se lo poteva permettere.
Il mondo anglosassone invece, vanta dalla fine del ‘700 fino alla metà del ‘900, una sorta di “democrazia del gioiello” con gli stessi modelli realizzati in varie versioni, a basso costo e di alta qualità, per soddisfare un maggior numero di clientela.
Ma a partire dagli anni ’60, ecco che l’Europa inizia a capire l’importanza del design e i nostri creativi, che prima erano migrati negli Stati Uniti per far carriera (vedi Trifari, Boucher, Katz, Verrecchio e tanti altri), improvvisamente trovano una loro strada anche in Europa iniziando una storia del bijoux tutta personale, impiegando vetri di Murano, smalti dipinti a mano, cristalli di Boemia, resine… in una varietà di modelli senza precedenti, ma di qualità sorprendenti.
Se devo dare qualche anticipazione sulle nuove proposte, posso dire che sicuramente il must delle prossime collezioni di gioielli per la moda, sarà più vicino al gusto europeo che a quello cinese o americano: tutti gli stilisti coi quali ho avuto il piacere di collaborare, sono concordi nel ritenere che i gioielli troppo vistosi, troppo brillanti o pesanti, sono nettamente in declino, per far spazio a modelli più vicini allo stile italiano o tedesco, di dimensioni più contenute, di ottima fattura artigianale, di gusto più raffinato e meno “pacchiano”.  Quindi Benvenuta Europa… nelle collezioni di tutto il mondo.

Autore:
Silvia Fini
http://www.finisilvia.com

FLOWER PARTY notte bianca 2016

29 Giu

Vi racconto come dal nulla nascono le idee migliori

IMG_1098Questo è un anno del tutto speciale per me, non solo perché festeggio 20 anni di successi con la mia attività, che ormai è diventata una grande passione, ma soprattutto perché ho realizzato di avere la capacità di trasmetterla questa passione! E trasmettere sentimenti non è sempre un fatto del tutto scontato, in un mondo governato spesso dall’indifferenza e dalla paura di relazionarsi con gli altri. Molti di voi penseranno che può essere rischioso mescolare il lavoro con la vita privata, ma è grazie a questa dualità, cioè alle due vite parallele di lavoro e divertimento, che è nato l’interessante progetto del “Flower Party”: un gruppo di amici che condividono la passione per il ballo, ognuno col proprio talento ed esperienza, formano spontaneamente un gruppo di lavoro, per organizzare un evento nell’evento, ossia una festa a tema all’interno della Notte Bianca di via d’Azeglio Alta.  L’idea parte dai racconti di tante persone di altre generazioni, che hanno vissuto gli albori di questa doppia vita, in una Bologna goliardica, che vede l’inaugurazione  della prima discoteca cittadina: l’Art Club. Era il 1967 e in questo locale aperto il mattino, hanno ballato almeno tre generazioni di studenti che preferivano marinare, o come si dice da noi “bigiare” la scuola, per riunirsi a mangiare un panino con la mortadella seduti sui divanetti azzurri, ascoltando dischi in vinile. E sarà proprio questa doppia vita la vera protagonista dell’evento: in un’ambientazione anni ’60 – ’70 in stile Flower Power, vestiti e truccati a tema, riapriremo per una notte l’Art Club, per fuggire dalla quotidianità, ballare ed ascoltare musica di ogni genere. Numerosi artisti hanno aderito a questo progetto, ci saranno spettacoli di ballo e sfilate di moda, mercatini e mostre dedicati al vintage, animazione per bambini e… tanta voglia di divertirsi.

Silvia Fini