FLOWER PARTY notte bianca 2016

29 Jun La modella Twiggy, icona pop degli anni '70

Vi racconto come dal nulla nascono le idee migliori

Questo è un anno del tutto speciale per me, non solo perché festeggio 20 anni di successi con la mia attività, che ormai è diventata una grande passione, ma soprattutto perché ho realizzato di avere la capacità di trasmetterla questa passione! E trasmettere sentimenti non è sempre un fatto del tutto scontato, in un mondo governato spesso dall’indifferenza e dalla paura di relazionarsi con gli altri. Molti di voi penseranno che può essere rischioso mescolare il lavoro con la vita privata, ma è grazie a questa dualità, cioè alle due vite parallele di lavoro e divertimento, che è nato l’interessante progetto del “Flower Party”: un gruppo di amici che condividono la passione per il ballo, ognuno col proprio talento ed esperienza, formano spontaneamente un gruppo di lavoro, per organizzare un evento nell’evento, ossia una festa a tema all’interno della Notte Bianca di via d’Azeglio Alta.  L’idea parte dai racconti di tante persone di altre generazioni, che hanno vissuto gli albori di questa doppia vita, in una Bologna goliardica, che vede l’inaugurazione  della prima discoteca cittadina: l’Art Club. Era il 1967 e in questo locale aperto il mattino, hanno ballato almeno tre generazioni di studenti che preferivano marinare, o come si dice da noi “bigiare” la scuola, per riunirsi a mangiare un panino con la mortadella seduti sui divanetti azzurri, ascoltando dischi in vinile. E sarà proprio questa doppia vita la vera protagonista dell’evento: in un’ambientazione anni ’60 – ’70 in stile Flower Power, vestiti e truccati a tema, riapriremo per una notte l’Art Club, per fuggire dalla quotidianità, ballare ed ascoltare musica di ogni genere. Numerosi artisti hanno aderito a questo progetto, ci saranno spettacoli di ballo e sfilate di moda, mercatini e mostre dedicati al vintage, animazione per bambini e… tanta voglia di divertirsi.

Silvia Fini

Andrew Grima

10 Jul

Nel dopoguerra il Regno Unito conobbe la sua peggiore crisi economica, politica e morale di tutti i tempi. Anche se la guerra era stata vinta, il prezzo pagato fu spaventoso. La crisi che gli inglesi affrontarono si protrasse per tutti gli anni ’50.

Andrew Grima, 1972

Andrew Grima, 1972

Il paese iniziò la decade successiva in sordina, ancora sopraffatto dalla depressione economica. Ben presto però, il paese vide un futuro al di là del buio degli anni trascorsi nell’austerità dettata dalle dure politiche economiche. Due eventi avvennero, nello stesso giorno del 1962, grazie ai quali la nazione tornò alla ribalta. Il 5 ottobre uscì il primo 45 giri dei Beatles, “Love me Do”. I 4 ragazzi di Liverpool con quel disco diedero inizio a una rivoluzione culturale e sociale. Energia e vitalità scossero la severità che per tanti anni attanagliarono il Regno Unito.
Ancora più importante fu l’uscita nelle sale cinematografiche della prima e acclamatissima pellicola di “Agente 007 – Licenza di uccidere”. Si ricorderà quindi un affascinante Sean Connery nei panni di James Bond e di un’ancora più intrigante Ursula Andress, prima Bond Girl della storia, creando anche una nuova immagine di donna sensuale e mozzafiato.
Questi avvenimenti riportarono Londra sulla cresta dell’onda, tornando ad essere una delle capitali più alla moda degli ultimi tempi.

Spilla in oro e diamanti, Andrew Grima, 1973

Spilla in oro e diamanti, Andrew Grima, 1973

La libertà e la creatività si diffusero nella capitale inglese. Anche l’abbigliamento venne selvaggiamente modificato. Artefice fu Mary Quant che dal 1965, immise sul mercato la minigonna e stravolse il modo di vestire la donna. Anche i colori divennero vivaci e contrastanti rispetto al classico abbigliamento color “fumo di Londra” che vestiva la società inglese.
È in questo clima di libertà che anche la gioielleria trovò un nuovo modo di esprimersi nella figura e nel genio creativo di Andrew Grima. Mai nella storia del gioiello si videro pezzi così all’avanguardia, diversi da tutti quelli che erano stati ideati e prodotti fino a quel momento.

Il suo stile, a differenza di quello consueto, proponeva pezzi fuori dall’ordinario. Le sue creazioni erano caratterizzati da oro lavorato e rocce non convenzionali creando effetti straordinari.
I metalli, specialmente l’oro, venivano lavorati imitando texture organiche, dalle rocce alle corteccie di alberi, da ramoscelli ai frastagliati contorni di stalattiti e stalagmiti.

Ursula Andress indossa i gioielli disegnati da Grima vincitori del Duke of Edinburgh Prize nel 1966

Ursula Andress indossa i gioielli disegnati da Grima vincitori del Duke of Edinburgh Prize nel 1966

Grima si ispirava all’intero mondo organico e naturale, utilizzando proprio elementi naturali per creare gli stampi in cui venivano colati i metalli fusi. A completare i pregiati pezzi venivano accostate pietre preziose o meno. Non era raro vedere insieme pietre di poco valore e diamanti. Grima mise, quasi sempre, in secondo piano diamanti e altre pietre preziose. Queste servivano a dare luce alle pietre semi-preziose e alle delicate texture dei metalli lavorati.
Rivoluzionò il mondo della gioielleria, scavalcando la tradizione e i gioielli stereotipati. Non si può rimanere che senza parole davanti ai gioielli di Andrew Grima.

Grima nacque nel 1921 a Roma da padre maltese e madre italiana compiendo gli studi al St.Joseph College a Londra. Prestò servizio nella Seconda guerra mondiale in India e Birmania come ingegnere dopo aver studiato all’Università di Nottingham. Nel 1946 si unì al futuro suocero nella sua gioielleria a Londra. Grima che non aveva avuto una preparazione in oreficeria o design, meravigliò tutti quando presentò la sua prima improvvisata collezione creata da una valigia piena di pietre semi-preziose grezze comprata da un venditore brasiliano.

Andrew Grima, Spilla in oro e diamanti, 1968circa

Andrew Grima, Spilla in oro e diamanti, 1968circa

Dopo la morte del suocero, nel 1951, Grima vendette l’azienda a un compratore di pietre con la clausola di rimanere come designer, sperimentando su materiali e disegni finché non gli furono commissionati dei pezzi basati su modelli in cera disegnati da scultori come Kenneth Armitage, Elisabeth Frink e Bernard Meadows per un’esposizione di gioielleria moderna nel 1961, organizzata dalla Worshipful Company of Goldsmiths.

Grima offrì a Graham Hughes, il curatore della mostra, alcuni dei suoi pezzi e lui colpito da questi, lo introdusse a nuovi potenziali ricchi clienti. Tra i clienti più importanti si contano Jacqueline Onassis, la scultrice Barbara Hepworth, la prima Bond girl Ursula Address e soprattutto Lord Snowdon, con cui stringerà un lungo e duraturo rapporto di amicizia, grazie al quale Grima diventerà il gioielliere della famiglia reale, creando gioielli per la Principessa Margaret, moglie del Lord Snowdon e per la Regina Elisabetta II. Si può ricordare tra le preziose opere d’arte, la spilla in oro con rubini e diamanti, comprata dal Principe Filippo di Edimburgo e regalato a sua moglie, la Regina, nel 1966, che fece molte apparizioni sulle vesti e sui cappotti della sovrana inglese in svariate occasioni, come il messaggio natalizio televisivo della Regina nel 2007 proprio il giorno antecedente alla dipartita del gioielliere.

La Regina Elisabetta II indossa la spilla di Grima in oro con rubini e diamanti regalata dal marito il Principe Filippo nel 1966

La Regina Elisabetta II indossa la spilla di Grima in oro con rubini e diamanti regalata dal marito il Principe Filippo nel 1966

La bellezza, l’eleganza e l’originalità che Grima rifletteva nei suoi pezzi lo portò a vincere numerosi premi, tra cui il “Duke of Edinburgh Prize for Elegant Design” per la prima volta ottenuto da un gioielliere. La fama e la ricchezza ricavata dalla vendita di clienti facoltosi, lo portò ad avere negozi globalmente, aprendo a New York, Sydney o Tokyo. Di grande successo fu la collezione “About time” nel 1969 da lui ideata per l’azienda Omega. La collezione era formata da 85 orologi, ognuno dei quali era caratterizzato da un quadrante in pietra preziosa, invece che vetro, dallo stile unico.

Con i suoi gioielli fuori dall’ordinario, Grima sconvolse il mondo della gioielleria tradizionale, influenzando molte generazioni a venire. Dopo la morte nel 2007, le redini dell’azienda furono prese in mano dalla figlia Francesca, continuando con lo stile avanguardistico del padre.

Scorpio Watch, Andrew Grima per Omega, 1969

Scorpio Watch, Andrew Grima per Omega, 1969

Grima certamente non è un nome tra i più conosciuti, ma il suo nome come il suo stile, viene riconosciuto da poche persone, quelle che contano. I clienti che si possono permettere i costosissimi gioielli di Grima sono quelli che collezionano arte, sculture e dipinti e soprattutto collezionisti che vedono nei gioielli di Grima l’unicità e la bellezza.  Spesso nei grandi gioielli non c’è bisogno di guardare il logo o la firma per riconoscerne il fautore di quel piccolo pezzo d’arte. Come in pochi altri casi i gioielli di Grima sono talmente unici e iconici che si possono riconoscere anche da lontano.

Autore: Giulia Antonaz

Photo credits: pinterest.com; grimajewellery.com; gq-magazine.co.uk

Cartier

19 Jun

Con la fondazione del marchio Cartier, la gioielleria ha scritto uno dei più gloriosi capitoli nella storia delle arti decorative. In un secolo e mezzo di produzione i gioiellieri non hanno mai sacrificato la qualità ed hanno dato vita a dei capolavori: collane, bracciali, perle e gioielleria di ogni tipo.

Louis-François Cartier nacque nel 1819 a Parigi, il padre era un produttore di corni per polvere da sparo. All’età di ventott’anni, L.F. Cartier subentrò a Picard nella direzione del laboratorio di Rue Montorgueil che rimase la sede fino al 1853, anno in cui trasferì  gli affari al numero 9 di Rue Neuve-des-Petits-Champs (che si trovava tra la Borsa e il Palais-Royal) e si specializzò nella vendita a soli clienti privati. Cartier non poteva certo immaginare la fama di cui avrebbe goduto più tardi e che il suo destino sarebbe stato quello di catturare lo splendore nascosto delle gemme concepite per luccicare sulla fronte dei re e sulle mani delle regine. Il fatto è che Cartier fu benedetto da un dono straordinario: l’opportunità di iniziare la sua collaborazione con il famoso stilista Charles Frédéric Worth, un eccentrico  che vestiva sempre alla maniera di Rembrandt (come anche Richard Wagner usava fare). Ciò avvenne nel 1859 quando aprì il suo nuovo showroom a Boulevard des Italiens. Lì, nel cuore pulsante di Parigi, Worth stava per lanciare la moda della crinolina e quello che risultò dall’incontro fu l’invenzione della haute couture. La comunione tra tessuto e pietre preziose segnò in quel momento l’inizio del connubio tra moda e arte del gioiello. Cartier fece dei suoi gioielli l’ultima componente dell’abito alla moda. Da quel momento in poi, la crême della società europea avrebbe bussato alla sua porta. L’unione di questi due universi, fu consolidata due generazioni dopo con il matrimonio di Andrée Worth, nipote del grande stilista, e il nipote di Cartier Louis Joseph.

Gioielliere dei re, re dei gioiellieri

Nel frattempo, nell’angusta sede di Rue Neuve-des-Petits-Champs, il marchio Cartier stava per realizzare il suo primo colpo da maestro.

L.F. Cartier aveva trentasei anni quando la Contessa di Nieuwerkerke entrò per la prima volta nel suo negozio nel 1855. Nel giro di tre anni, avrebbe acquistato presso il suo negozio qualcosa come cinquantacinque oggetti. Suo marito era il sovraintendente alle belle arti di proprietà di Napoleone III ed era, inoltre, amico della Principessa Mathilde, anch’essa nipote di Napoleone I. Fu così che anche la principessa scelse di commissionare alcuni gioielli a Cartier: cammei con teste di medusa, orecchini ecc. Infine anche l’imperatrice Eugénie, la moglie di Napoleone III, ordinò a Cartier un servizio da tè in argento.

Le prospettive di Cartier vennero stravolte: grazie all’enorme richiesta, traferì la sede a  Boulevard des Italiens, che si trovava a due passi da Palazzo Garnier, il cui stile napoleonico starebbe stato, più tardi, guardato come rappresentativo di quel periodo.

Bracciale "Les  Èlephants" proveniente dalla collezione "Route des Indes". In oro giallo e pietre preziose tra cui rubini, zaffiri e smeraldi, fu disegnato nel 1989.

Bracciale “Les Èlephants” proveniente dalla collezione “Route des Indes”. In oro giallo e pietre preziose tra cui rubini, zaffiri e smeraldi, fu disegnato nel 1989.

Ovunque le corti inviavano ambasciatori per investigare sul lodato gioielliere che veniva celebrato da tutti e, a tempo debito, divenne il gioielliere per le occasioni speciali di un certo numero di famiglie reali. Ben cinquanta commissioni vennero finanziate, tra il 1904 e il 1939, che consacrarono Cartier fornitore ufficiale delle teste coronate d’Europa. Oltre a ciò, c’erano anche ordinazioni disposte dal Re Edward VII d’Inghilterra (in occasione del suo matrimonio Cartier dovette fornire ventisette tiare), da Alfonso XIII di Spagna nel 1904 e, l’anno seguente, da parte di Carlos I di Portogallo. Successivamente vennero eseguiti lavori per lo Zar Nicholas II nel 1907, per il re Paramindr Maha Chulalongkorn del Siam nel 1908 (che scelse dei braccialetti in quantità tale da riempire un vassoio!), per il re Giorgio I di Grecia nel 1909 ed infine anche per il re Zog di Albania nel 1939. Numerosi furono pure quelli per Edward VII, al tempo ancora principe del Galles, che descrisse Louis Cartier come “il gioielliere dei re oltre che re dei gioiellieri”.

L’audace originalità del genio

Il fondatore della casa Cartier era dotato non solo di un appassionato amore per le pietre preziose ma anche di un gran senso degli affari. Solo Cartier seppe combinare (scelta azzardata all’epoca) modelli etruschi, greci e romani con dei design moderni. Trasse ispirazione anche dalle sculture, in particolare “La danza” di Jean-Baptiste Carpeaux, ma anche dal mondo animale e marino (cavalli, farfalle, granchi). La forza creativa di Cartier stava proprio nell’abilità di combinare infinite varietà stilistiche con la purezza nelle linee, senza mai violare i dettami delle convenzioni dell’epoca. Questo rappresentava l’audacia del genio, quando invece gli altri grandissimi nomi della gioielleria – Eugène Fontenay, Charles Christofle e Fortunato Pio Castellani- subivano tutti l’influenza dell’esposizione della Campana Collection del 1861, al Louvre che  consisteva in antiche opere d’arte poco prima acquistate da Napoleone III.

Pendente con dea dal vestito drappeggiato in stile rinascimentale contornata da una struttura in oro , argento e pietre preziose. Appesa a questa cornice, una perla a goccia. Cartier, 1900.

Pendente con dea dal vestito drappeggiato in stile rinascimentale contornata da una struttura in oro , argento e pietre preziose. Appesa a questa cornice, una perla a goccia. Cartier, 1900.

Rue de la Paix

Nel 1874 Alfred Cartier (1841-1925) assunse la gestione del negozio del padre in Boulevard des Italiens e nel 1898 fu affiancato dal figlio Louis Joseph (1875-1942), che fu l’ultimo ad ereditare il sesto senso per gli affari del nonno Louis-Francois e colui che trasferì la firma in una nuova era.

Prima di tutto spostò la sede in Rue de La Paix, simbolo del lusso a Parigi, e qui, nella strada più elegante del mondo, socializzò con il profumiere Guerlain e con gli stilisti Frédéric Worth e Jacques Douce. Fu il momento in cui emerse una diffusa esigenza di novità. I gioiellieri come Charles Lalique promossero lo stile dell’Art Nouveau in cui le influenze orientali venivano combinate con le innovazioni tecniche europee; tuttavia Louis Cartier non condivise il generale entusiasmo per lo stile che si stava diffondendo per l’europa e fiorendo a Vienna, Bruxelles e Parigi sotto una varietà di nomi diversi: Secessione, Jugendstil e style nouille. La sua riluttanza nell’abbracciare completamente l’Art Nouveau come fecero, al contrario, i suoi colleghi, determinò la direzione che avrebbe preso l’intero design di Cartier. Louis Cartier era più inclinato alla tradizione: passava le notti a leggere con entusiasmo le raccolte d’arte francese del diciottesimo secolo, a studiare dipinti, bronzi e merletti. Allargò il campo dei suoi interessi anche ai motivi arricciati e aggrovigliati dell’arte islamica. Il suo scopo era quello di cogliere la semplicità e la purezza della linea che avrebbe esaltato il motivo floreale che nell’Art Nouveau era troppo stilizzato e deforme per i suoi gusti. La sua ossessione però erano i diamanti: era alla continua ricerca di metodi per esaltare le pietre a discapito delle montature, per fare apparire le prime al massimo della loro lucentezza. Proprio andando a scavare nella tradizione francese, nacque il famoso “stile a ghirlanda” che Cartier realizzava prevalentemente su platino creando curve fluenti che parevano disegnate con il compasso e in cui anche i vuoti giocavano una ruolo importante nella composizione. La continua ricerca verso la brillantezza pura, lo portò a realizzare creazioni che non oscurassero in nessun modo la pietra, giunse a concepire, perciò, i motivi a fiocco, a merletto e a nappa che rappresentano gli elementi distintivi di uno stile che ricercava un’alternativa all’imperante moda dell’Art Nouveau. Louis Cartier riuscì a portare nella sua era un rinnovato classicismo che avrebbe presto attirato un esercito di ammiratori dai gusti esigenti.

Elizabeth Taylor indossa un collier Cartier realizzato nel 1969.  A fianco la "Adéle necklace" composta da 291 diamanti.

Elizabeth Taylor indossa un collier Cartier realizzato nel 1969. A fianco la “Adéle necklace” composta da 291 diamanti.

Parigi, Londra, New york

Dato il successo raggiunto, la firma decise di varcare i confini per incontrare nuovi clienti. I due fratelli di Louis, Jacques e Pierre, aprirono rispettivamente le loro filiali a Londra e a New York. Balenò in loro l’idea di aprire un outlet a San Pietroburgo, seguendo la scia del grande Fabergé molto amato in Russia e in onore del quale la casa Cartier realizzò alcune uova alla sua maniera e piccole sculture tempestate di pietre,  ma infine decise semplicemente di inviare un rappresentante fisso in Russia, scelta azzeccata, visti gli sconvolgimenti politici imminenti. Un’altra scelta azzeccata fu quella di adattare i gioielli alla nuova moda del 1900 che stava attraversando una rivoluzione: gli abiti dalle linee dritte e semplici da tutti i giorni, potevano essere impreziositi da lunghi pendenti e luminose perle. Le perle, in effetti, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, surclassarono le tiare, allora diffusissime, ma troppo appariscenti e lussuose, perché sembravano più modeste ed appropriate. Il mercato delle perle subì un arresto con la crisi del ’29, ma nel frattempo cominciarono ad arrivare le perle giapponesi che, nonostante l’inferiore qualità, ebbero larga diffusione assieme a quelle nere di Tahiti. Due fili di perle di Cartier, valutati un milione di dollari, permisero alla società di acquistare la casa del banchiere Morton F.Plant lungo la Fifth Avenue, nel cuore di New York e di trasferirvisi.

Collana "Tutti Frutti"  in platino con smeraldi, zaffiri, e rubini incisi a forma di foglie e frutti.  I tredici zaffiri pendenti sono a taglio "briolette". Cartier, Parigi, 1936

Collana “Tutti Frutti” in platino con smeraldi, zaffiri, e rubini incisi a forma di foglie e frutti. I tredici zaffiri pendenti sono a taglio “briolette”. Cartier, Parigi, 1936

I balletti russi

Negli anni la maison Cartier aveva affinato il suo stile. Nonostante la riluttanza nei confronti dell’Art Nouveau, i tre fratelli erano molto sensibili agli stimoli esterni. Nel 1909 aderì al marchio Cartier il talentuoso progettista Charles Jacqueau, appassionato di orientalismi e sempre alla ricerca di ispirazione. Folgorato dalla compagnia di ballo Diaghilev/Nijinski, estasiato in particolare dalle giustapposizioni di colori vivi e contrastanti e dalle combinazioni delle scenografie,riversò nei gioielli che furono arricchiti da pietre colate, come ametiste, zaffiri e smeraldi, ma anche da pendenti cinesi e giapponesi, trasformando la produzione Cartier. Da queste audaci combinazioni nacque, per esempio il Peacock-design, molto apprezzato dalla Viscontessa Astor che fu anche la prima ad indossarlo.

Louis Cartier continuò a sperimentare traendo ispirazione dalle cose più varie ed umili, come ad esempio le retine per capelli, per costruire montature più flessibili. Le sue creazioni, se da un lato potevano sconcertare il pubblico, dall’altro potevano anche suscitare in lui un grande fascino.

Orologio da polso squadrato  in oro e platino il cui quadrante è tempestato di brillanti. Il bracciale è composto da perle e onice.  Cartier, Parigi, 1912.

Orologio da polso squadrato in oro e platino il cui quadrante è tempestato di brillanti. Il bracciale è composto da perle e onice. Cartier, Parigi, 1912.

Cartier time

Operando nel settore del lusso e della gioielleria, era inevitabile che la firma avrebbe sviluppato un interesse per l’orologeria. Nel lontano 1904 Louis Cartier aveva prodotto un orologio come tributo per il coraggio dell’aviatore brasiliano Santos Dumont. Con le sue linee pulite che evocano la velocità, quel modello fu messo in commercio nel 1911. Qualche anno più tardi arrivò il modello “Tank”, la sua forma squadrata si ispirava direttamente alle macchine militari che, sfortunatamente, sembravano avere un promettente futuro. Nei laboratori Cartier l’ingegnoso Maurice Coüet fece un gran balzo in avanti con la linea dei “Mistery clocks”, basati su un sistema sviluppato  da Jean Eugene Robert Houdin durante la metà del diciannovesimo secolo. Le lancette di questi orologi parevano fluttuare all’interno della superficie trasparente. Il meccanismo che le regolava semplicemente spariva alla vista e le lancette sembravano muoversi da sole, come per magia. In realtà, ogni lancetta era fissata in un disco di vetro dentellato mosso da una vite, così il meccanismo rimaneva nascosto nella base. L’illusione creata – insieme al senso palpabile del passare del tempo- faceva di questi orologi degli oggetti affascianti. I “Comet Clocks”  gli orologi a colonna e a pendolo, i “Turtle clocks, i “Chimaera Cloks” ecc.  sfruttavano la forza di gravità trasformata in un intricato sistema di ingranaggi. Alcuni di questi orologi sarebbero stati visti non solo come dei capolavori dei loro inventori ma anche come vanto per l’intera orologeria.

Turtle-Chimaera mystery table clock. Cartier, Parigi, 1943.

Turtle-Chimaera mystery table clock. Cartier, Parigi, 1943.

Panthera pardus

Durante la depressione successiva al crollo del ‘29, Louis Cartier trovò un’ottima alleata in Jeanne Toussaint. Amica di Coco Chanel, questa donna straordinaria, più tardi soprannominata “la pantera”, ebbe il totale controllo delle creazioni Cartier per un periodo di circa vent’anni. Nonostante non sia mai stata una designer, era talentuosa e fu molto apprezzata.  Nel 1933 jeanne Toussaint si occupò di alta gioielleria. Negli ultimi anni dell’Art Deco fece della pantera un oggetto di culto, una sorta di marchio. Era sempre alla ricerca di nuove idee e, sotto la sua direzione, il reparto tecnico sviluppò una serie di invenzioni destinate a combinare la solidità della costruzione con la comodità dell’uso: fibbie, clips modellate sulle mollette da bucato, spille composte di più parti per poterle adattare/comporre. Cartier stava emergendo nel mondo della moderna produzione di accessori. Fu creato un nuovo “Department  S”, indirizzato alla produzione di lussuosi  oggetti da regalo e accessori pratici come orologi da taschino, cinture e accendini. Molte nuove linee vennero prodotte, anticipando la gamma “les must de cartier” introdotta nel 1973. Era un nuovo mondo, un nuovo settore, un tentativo di provvedere al  contemporaneo settore delle merci di lusso.

"Jooghi brooch" incrostata da 453 brillanti e 68 zaffiri. Cartier, Parigi,1988.

“Jooghi brooch” incrostata da 453 brillanti e 68 zaffiri. Cartier, Parigi,1988.

Quando sia Louis che Jacques persero i loro business nel 1942 con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la gestione della firma in Rue de la Paix, passò a Jeanne Toussanit e Pierre Lemarchand. Insieme, i due, cercarono l’ispirazione allo zoo di Vincennes, ma siccome il bestiario di Cartier era già riccamente fornito di pantere, zebre e gusci di tartaruga usati sia come base per il design, sia come sfondo su cui sviluppare altre creazioni, la collezione fu incrementata ulteriormente con oggetti presi in prestito dal mondo della flora e della fauna dell’Asia. Draghi e chimere erano utilizzate per abbellire orologi da tavolo, spille e pendenti, ma anche elementi simbolici provenienti dall’estremo oriente e dalla Germania furono introdotti per la prima volta nel repertorio di Cartier. Nel 1954, infine,  Jeanne Toussant rintrodusse il chimera style che era stato enormemente popolare nel 1920, ma la novità ora era rappresentata dal fatto che addomesticava i mostri e li trasformava in adorabili animali domestici. Furono immediatamente adottati dalla Baronessa D’Erlanger e dall’Onorevole Mrs Fellowes,  entrambe appassionate di gioielleria artistica.

Spada accademica di Jean Cocteau. Guardia modellata sul profilo di Orfeo, impugnatura culminante con una lira nella quale è incastonato uno smeraldo donato da Coco Chanel. Sul dico in avorio alla base dell'elsa appare una stella a sei punte con rubini a cabochon con al centro un diamante fornito da Francine Weisweiller. Archivio Cartier.

Spada accademica di Jean Cocteau. Guardia modellata sul profilo di Orfeo, impugnatura culminante con una lira nella quale è incastonato uno smeraldo donato da Coco Chanel. Sul dico in avorio alla base dell’elsa appare una stella a sei punte con rubini a cabochon con al centro un diamante fornito da Francine Weisweiller. Archivio Cartier.

Clienti leggendari

Aprono la lista il duca e la duchessa di Windsor. Nel 1948 il duca commissionò una spilla con pantera per la moglie. Il gioiello consisteva in una pantera in oro, un leopardo in realtà, il cui mantello è picchiettato di minuscole pietre preziose, sdraiata su uno smeraldo cabochon del valore di 116.74 carati. Questa pantera tridimensionale fu la prima della serie. Negli anni successivi, di nuovo i Windsor richiesero uno zaffiro cabochon decorato con un leopardo seduto incrostato di diamanti e zaffiri. L’Onorevole  Fellowes, che competeva con la duchessa di Windsor per il titolo di donna meglio abbigliata del mondo, ne commissionò per sé una di simile. Nel 1957, la principessa Nina Aga Khan fu la destinataria del più prestigioso gioiello tra quelli della serie pantera: una spilla pendente da jabot e un bracciale con due teste di leopardo.

Tra gli esponenti di spicco francesi, i marescialli Foch e Petain si rivolsero a Cartier per i loro bastoni e spade da cerimonia. Il primo membro dell’Académie Française a richiedere i servizi di Cartier come creatore di spade, fu il duca di Gramont nel 1931. La sua fu la prima di una lunga serie di spade accademiche prodotte da cartier, tra le quali si annovera anche quella per Jean Cocteau:  nel 1955, il poeta commissionò una spada da lui disegnata ispirata al tema di Orfeo. Il suo stile ebbe una sostanziale influenza sulla produzione successiva di cartier. Fu proprio Cocteau a definire Cartier “uno scaltro mago in grado di catturare un pezzo di chiaro di luna insidiato da un raggio di sole”. Cartier gli donò un anello fatto di tre fasce d’oro, ognuna in un diverso e simbolico colore -grigio per l’amicizia, giallo per la costanza e rosa per l’amore- un pezzo originale di rara semplicità e perfezione.

Collana di diamanti con smeraldo rettangolare. Cartier, Londra, 1932.

Collana di diamanti con smeraldo rettangolare. Cartier, Londra, 1932.

Cartier e le arti

Nel 1983 Cartier decise di istituire una personale retrospettiva. Può sembrare paradossale che la firma che aveva sede a Rue de la Paix, non possedesse esempi delle  proprie creazione. Per organizzare l’esposizione, il curatore della collezione Cartier Eric Nussbaum mise insieme 1500 pezzi, con estrema difficoltà, dovendo ricorrere ad aste e vendite private dato che in ogni famiglia i gioielli sono  l’ultima cosa che viene venduta. I pezzi del diciannovesimo secolo, in particolare erano pochi, poiché si usava scomporre e rimodellare pezzi antichi in favore di forme più moderne.

Grazie all’esistenza di una collezione d’archivio in espansione, delle favolose esposizioni sono state organizzate in tutto il mondo, sotto l’egida di Franco Cologni, il vice-presidente Cartier, a partire dalla celebrazione del centocinquantesimo anniversario della firma, nel 1997. In quell’occasione il MET di New York e il Brithish Museum di Londra allestirono congiuntamente un’importante esposizione sponsorizzata da Cartier. Negli ultimi anni i temi hanno incluso il potere dei segni, la grandezza dell’Egitto e i misteri dell’india.

Nel 1984, il presidente della compagnia Alain Dominic Perrin, decise di istituire la Fondazione Cartier per l’Arte Contemporanea. In collaborazione con l’architetto Jean Nouvelle mise mano al progetto di disegnare la struttura a Boulevard Raspail, dimostrando che l’arte del passato poteva convivere in modo appropriato con una moderna architettura dove, ancora una volta i meccanismi erano nascosti: la vera incarnazione dello spirito della casa Cartier.

(Il testo è frutto di una sintesi e di una traduzione libera del volume “Cartier” dello scrittore ed architetto Philippe Trétiack (reporter di Elle Magazine). Le immagini riportate sono tratte anch’esse da questo volume. Edizione Assouline, New York, USA, 2004.)

Autore: Silvia Marcassa

Il movimento cubista nei gioielli, origini e influenze

5 Jun

” The hand of the artisan became an extension of that of the artist who was not a skilled metalsmith”

Alexander Calder

Il cubismo portò una vera e propria rivoluzione nel mondo artistico. Senza una miccia ben precisa della sua esplosione, si possono ricondurre al alcuni eventi la nascita di questo movimento. Il termine viene fatto risalire a un’osservazione di Henri Matisse, quando davanti a L’Estaque nel 1908 di Georges Braque, lo interpretò come un insieme di piccoli cubi. Da molti, Braque viene considerato il primo cubista della storia. Insieme a lui, nella fama di artista cubista, non ci si può certo dimenticare di Pablo Picasso. Con il quadro Les demoiselles d’Avignon,  provocò grande scalpore.

Les demoiselles d'Avignon, Pablo Picasso, 1907, MoMa, New York

Les demoiselles d’Avignon, Pablo Picasso, 1907, MoMa, New York

I due quadri considerati gli apripista del movimento cubista, influenzarono ben presto altri artisti e non solo.

Il cubismo ripropose la centralità degli elementi formali essenziali della pittura: lo spazio e la composizione. Direttamente influenzati dalle opere di Paul Cézanne, Picasso e Braque si rifecero ai tre moduli fondamentali: la sfera, il cono e il cilindro. L’esigenza era quella di mostrare la realtà non come appariva, ma nel modo in cui la mente ne percepiva l’apparenza.

A questo movimento e ad altre influenze durante il periodo delle avanguardie artistiche dei primi anni del Novecento, lo stile dell’Art Déco si ispirò per la creazione dell’architettura, della moda, della gioielleria.Cubismo, Fauvismo, e gli altri movimenti, si mescolavano nei nuovi gioielli, che cambiarono totalmente dallo stile floreale e armonioso dell’appena passato stile dell’Art Nouveau.

Anello con ritratto di Dora Maar, Picasso, 1936-1939

Anello con ritratto di Dora Maar, Picasso, 1936-1939

Nel 1925 all’Esposizione Internazionale di Parigi, una grande parte fu dedicata alla gioielleria. I gioiellieri crearono gioielli dalle forme semplice, angolari e geometriche, nei quali la decorazione superflua era ridotta al minimo o completamente abolita. Le loro creazioni assomigliavano sempre più a opere d’arte che a gioielli ornamentali.

E queste piccole opere d’arte, fatte sempre con pietre molto preziose, non erano ovviamente per tutte le tasche. I gioielli erano per lo più creati per la gente ricca ed elegante, sempre alla moda, e attenta alle varie tendenze artistiche.

Negli anni ’20 e nella decade successiva, non solo gioiellieri famosi, come George e Jean Fouquet, produssero gioielli ispirati alle linee cubiste. Alcuni degli artisti, promotori del movimento, si cimentarono nella creazione di gioielli. Un particolare esempio ne è il “tesoro” di Dora Maar, amante del grande artista cubista Pablo Picasso.

Le grand faune, Picasso e Francois Victor-Hugo

Le grand faune, Picasso e Francois Victor-Hugo

Alla morte della fotografa e artista croata, nel 1997, vennero trovati nell’appartamento oltre a un considerevole numero di disegni e dipinti, una rilevante quantità di gioielli che Picasso creò durante gli anni della loro relazione. Il “tesoro” raccoglieva anelli, spille, pendenti vari, decorati o incisi per lo più con ritratti della stessa, ma anche pietre o frammenti di ceramica e terracotta, usati come amuleti.

La produzione particolare di questi anni, non ha niente a che vedere con quella che sarà la collaborazione degli anni ’50 e ’60 con Francois Victor-Hugo. I gioielli per Dora Maar erano gioielli sentimentali, pezzi unici mai più realizzati. Differente fu la cooperazione tra Picasso e Hugo.

Spilla in oro e zaffiri, Braque e Barone Heger de Lowenfeld, 1960s

Spilla in oro e zaffiri, Braque e Barone Heger de Lowenfeld, 1960s

Incontratosi nel 1954, i due portarono avanti per quasi 10 anni, un sodalizio tra la mente dell’artista e l’abilità orafa del gioielliere, creando pezzi, medaglioni e pendenti che divennero piccoli segmenti creativi dell’artista.

Altro artista che si cimentò nel campo della gioielleria nei primi anni ’60, fu George Braque. Nel 1961 con l’aiuto dell’amico, il Barone Heger de Loewenfeld, creò la sua prima e unica collezione di gioielli.

Trasformò i suoi disegni bidimensionali, in piccole sculture portabili. I gioielli, per lo più oro, riprendono motivi di uccelli o di volti di donna stilizzati. La maggior parte dei lavori realizzati vennero poi presentati nel marzo del 1963, al Louvre con la mostra “Bijoux de Braque”.

Spilla, Vendome. 1960s

Spilla, Vendome. 1960s

L’artista, deceduto pochi mesi dopo dall’apertura dell’esposizione, ebbe così modo di vedere una mostra a lui dedicata.

I gioielli di questi due artisti, hanno una connotazione così decisa che anche per chi non se ne intende è possibile attribuire ogni pezzo al suo autore solo se conosce la produzione pittorica o scultorea dell’artista che l’ha ideato. Negli stessi anni non solo gli artisti che desideravano fare “arte indossabile”, si cimentarono nell’ideazione e creazione di gioielli cubisti. Molti gioiellieri si ispirarono a Picasso e Braque, per creare oggetti preziosi di ispirazione cubista. Tra i più famosi possiamo ricordare Vendome, operativo tra il 1944 e il 1979, creò alcune spille chiaramente ispirate a George Braque.
Molti negli anni si ispireranno alle linee cubiste che dai primi anni del ‘900 hanno influenzato e ancora influenzano oggi l’arte, la moda e anche i gioielli.

Autore: Giulia Antonaz

Photo credits: cultura.biografieonline.it; thejewelryloupe.com; artribune.com; morninggloryjewelry.com

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