“Metal Code” : sfilano i nuovi talenti della Next Fashion school di Carla Secoli

21 Giu

FLYER_NEXT2017.jpgSempre più le case produttrici di moda richiedono creatività e qualità dalle nuove generazioni, ma la dote molto più ambita è una preparazione tecnica adeguata, che tenga conto della preziosa eredità di una tradizione sartoriale italiana senza eguali, delle potenzialità delle materie prime, di tecniche evolutesi attraverso secoli di storia della moda e dell’artigianato. Solo da qui si possono formare le basi per puntare al futuro, alla ricerca e all’innovazione e queste conoscenze si acquisiscono solo attraverso seri corsi di formazione, condotti da docenti altamente qualificati.
argento.jpgIl messaggio che mi è arrivato dai 67 outfit degli allievi della Next Fashion School di Carla Secoli, che hanno sfilato allo Studio40 del Centergross il 9 giugno, è quello di una buona preparazione tecnica su diversi tipi di materiali, modellati con sapiente manualità artigianale, uniti da una buona creatività e portabilità.
E c’era da aspettarselo, visto che questa scuola vanta qualcosa come un’origine risalente al 1934, tre sedi, diversi corsi con argomenti altamente performanti, suddivisi in quattro aree di specializzazione: stile, modellistica, tecnica, grafica.
La sfilata dedicata ai metalli, ha visto cimentarsi 38 giovani stilisti con outfit molto diversi tra loro, che spaziavano dal caldo riflesso evocativo del rame, alla ricca potenza celebrativa dell’oro, al freddo luccichìo dell’argento modellato in forme spaziali futuristiche; il tutto sotto il patrocinio della Città Metropolitana di Bologna, il CNA e la Piattaforma Sistema Formativo Moda.oro
L’evento, organizzato dalla MStudio, ha visto la collaborazione con tre brand storici: Daniele Ancarani per le calzature, i cosmetici di Catrice e Tricologica, marchio leader in Italia nei servizi professionali di bellezza in salone.
Nei prossimi giorni pubblicherò qualche specifica tecnica sugli outfit e i loro creatori.

Autore: Silvia Fini

Annunci

Fiori esotici e fiocchi nei gioielli del Barocco europeo

16 Giu

All’inizio del XVII secolo si assiste al declino dell’influsso spagnolo sulla vita delle corti europee e al contemporaneo emergere dell’egemonia stilistica francese. Intorno al 1630 la moda trasforma gli abiti in vaporose vesti generosamente scollate con maniche rigonfie, mentre le capigliature, lasciate scendere sulle spalle in morbidi boccoli appaiono agghindate in forme meno austere. Sono costantemente presenti le perle, che apparentemente soppiantano quasi del tutto altri ornamenti, almeno per un breve periodo. Si intende inoltre ad enfatizzare le gemme, disposte in modo simmetrico e astratto, in sostituzione delle figure scolpite e smaltate preferite nelle precedenti montature.

toutin3

fig.1. Incisone da un disegno di Jean Toutin. V&A Museum

L’ispirazione è spesso dettata dalla botanica, in particolare quando è associata alle nuove tecniche d’uso dello smalto. La tecnica per dipingere a smalto in vari colori sull’oro viene sviluppata nei primi decenni del secolo da Jean Toutin (1578-1644), originario di Chateaudun e perdurò fino alla fine del ‘600. Egli, come altri orafi francesi, eseguiva disegni preparatori, che venivano poi diffusi nel resto d’Europa tramite incisioni, tuttora conservate presso i più importanti musei di arti applicate. Fig.1-2

toutin2.jpg

Fig.2. Incisione da un disegno di Jean Toutin. V&A Museum

Lo strato iniziale era in genere bianco opaco, azzurro chiaro o nero e in molti pezzi si riscontra in fatti solo questa combinazione cromatica, ma i pittori su smalto più abili ottenevano comunque con un’ampia tavolozza cromatica e sottili pennellate, delicati fiori, paesaggi e scene religiose o allegoriche. Le casse e i quadranti degli orologi si prestavano in particolar modo a questo trattamento e venivano quindi decorati sia all’esterno che all’interno. Talvolta la parte anteriore del gioiello era decorata a smalto e con diamanti, ma più spesso la smaltatura era impiegata per la parte posteriore, più adatta in quanto la montatura chiusa sul retro forniva una superficie piatta.

toutin

fig.3. Pendente con cassa smaltata di Jean Toutin. V&A Museum

Le principali tecniche impiegate per la realizzazione di questi pezzi in smalto, in stile “Cosse-de-pois”, erano il “email en ronde bosse” e il “champlevé”. Fig. 3
Lo studio della botanica e i fiori esotici che cominciano ad arrivare in Europa suscitano grande curiosità e interesse da parte delle classi abbienti e diventano fonte di ispirazione per artisti e artigiani. L’osservazione approfondita delle piante venne quindi applicata anche alla pittura e alle arti decorative, tendenza che perdurò fino alla seconda metà del XVII secolo. Questa passione ha lasciato splendide tracce nei tulipani, gigli, rose e fritillarie, incisi o dipinti con smalti policromi su medaglioni, miniature, casse di orologi e sul retro dei gioielli. I fiori sono un tema costante nelle incisione e nei libri, provenienti soprattutto dalla Francia e dalla Germania, che riproducono i modelli dell’arte orafa e ci permettono di ricostruire cronologicamente l’emergere di particolari tendenze, giacché gran parte dei gioielli dei secoli XVII e XVIII è andata perduta.

II articolo pendente

fig.4. Pendente in oro, argento e granati. Spagna, fine ‘600. Collezione Silvia Fini

In Spagna i motivi barocchi provenienti dalla Francia stentano ad affermarsi: negli ornamenti persiste infatti l’ispirazione religiosa con pendenti, croci, reliquiari o simboli dell’inquisizione o dell’ordine di Santiago. Fig. 4-5

II articolo pendente dietro 2

fig. 5. Retro del pendente (fig.4) smaltato su oro

Questi gioielli venivano indossati sia dagli uomini che dalle donne, come anche complesse e lunghe catene indossate su una spalla e in diagonale sul petto, di moda fin dalla seconda metà del XVI secolo. Finalmente poco prima del 1700, si diffonde lo stile barocco, che verrà apprezzato per un altro secolo.
Il fiocco è uno dei motivi più diffusi nella gioielleria barocca e deriva forse dai nastri con i quali un tempo si fissavano i gioielli. Nei ritratti eseguiti dalla metà del secolo appaiono spesso montati sopra pendenti, spille e orecchini. In genere sono decorati con pietre tagliate a tavoletta o a rosetta sulla parte anteriore e con smalto dipinto sulla parte posteriore. Fig.6

sevignè

Fig.6. Disegno preparatorio per due oendenti: uno a croce con decorazione floreale e l’altro a fiocco. XVII secolo. V.& A. Museum

I modelli di spille a fiocco con le cocche particolarmente appuntite e rivolte in basso divennero noti con la denominazione di Sévigné, in riferimento alla scrittrice francese Madame de Sévigné. Fig. 7 I fiocchi spiccavano anche nelle collane a nastro e nei braccialetti realizzati con nodi d’oro smaltato.

sevigne

Fig.7. Madame de Sévigné (1626-1696) ritratta da Claude Lefèbvre (1637-1675)

Verso la fine del secolo si diffuse la moda delle cosiddette Brandenburg, lunghe spille orizzontali, analoghe alle Sévigné, ma con una disposizione più compatta delle pietre e una forma più allungata lateralmente. Spesso si indossavano insieme varie spille coordinate, disposte lungo il corpetto in ordine di dimensione.

Autore: Silvia Fini
Articolo pubblicato su:
l’Informatore Europeo d’Arte e di Antiquariato

“Race Style” l’eleganza del primo Novecento all’Arcoveggio di Bologna

7 Giu

Si è da poco concluso il 70° Gran Premio della Repubblica all’Ippodromo Arcoveggio, che quest’anno festeggia il suo 85° anniversario.

miss

Greta Gualandi Miss Arcoveggio 2017. Foto Silvio Petri

Per celebrare degnamente questa giornata importantissima per lo sport, il mio staff ed io abbiamo organizzato una sfilata di moda vintage, che è culminata con l’elezione di Miss Arcoveggio 2017.
Nove modelle giovanissime, in elaborate acconciature realizzate da Hela Hablani, si sono avvicendate in passerella incantando l’élite bolognese, circondate da auto d’epoca.

io ed hela.jpg

Hela Hablani e Silvia Fini

Gli abiti e gli accessori, tutti rigorosamente originali, spaziavano dallo stile geometrico degli anni ‘20 al floreale degli anni ‘70 e meritano sicuramente un’attenta analisi.
Il primo abito, il più antico della collezione, è in tipico stile decò, databile tra il 1925 e il 1929.  In questo periodo la moda femminile cambiò radicalmente: prima della Prima Guerra Mondiale si

Sfilata_Silvia_Fini_Bologna_Nicola_Dalmo_2017-002.jpg

Gaia Ciampaglia.
Abito anni ‘20 in seta con applicazioni in pizzo a tombolo anni ‘20
Make-up: Anna Coppola
Foto: Nicola Dalmo

indossavano bustini con stecche di balena per modellare il corpo in una esagerata forma a clessidra, tessuti pesanti dai colori spenti venivano impiegati per confezionare lunghe ed elaborate gonne con lo strascico, oppure bluse ornate di pizzo abbottonate fino al collo. A partire dagli anni ‘20, le giovani donne si ribellarono a questa eleganza costrittiva, lanciando un look moderno molto giovanile, allungato e aggressivo. Per enfatizzare la snellezza serpentina del corpo, vennero lanciati abiti sciolti e dal taglio diritto, le curve femminili erano rifiutate in favore di una silhouette più lineare, quasi da ragazzo. Lo stile alla maschietta abbinava il suo look adolescenziale con l’esposizione senza precedenti di ampie zone del corpo: gli orli delle gonne si sollevarono fin sotto il ginocchio, i vestiti erano spesso senza maniche e profondamente scollati, davanti o sulla schiena. La nuova moda era non solo un semplice capriccio, ma una necessaria evoluzione dovuta ad un’esistenza molto più attiva, libera e varia rispetto a quella degli anni precedenti: durante la guerra la donna aveva guidato treni, lavorato nelle fabbriche e nelle fattorie, e visto una generazione di uomini decimata dal conflitto.

coroncina2.JPG

Coroncina di Miss Arcoveggio, con cristalli swarovski bianchi in pavé. Francia, XIX secolo.
Collezione Silvia Fini

Era semplicemente impossibile tornare alla femminilità timida e frivola, il mondo aveva perso la sua innocenza, e la fiducia prebellica in un’esistenza prevedibile e bene organizzata se n’era andata per sempre. Già prima della guerra le donne avevano oltrepassato numericamente gli uomini, ma nel 1920, in Europa la sproporzione era tale che il matrimonio non era più visto come unico traguardo e le donne erano costrette a ripensare il proprio futuro in modo più indipendente.
Il secondo abito, in stile retrò, è il tipico vesito da cocktail del tempo di guerra.

giulia.jpg

Giulia Conforti.
Abito da cocktail in cotone blu anni ’40.
Make-up: Anna Coppola
Foto: Nicola Dalmo

Tra il 1930 e il 1945 lo sviluppo della moda fu influenzato in larga parte da Hollywood e dai desideri che il cinema risvegliava nella gente comune. Il lusso ostentato nei film degli anni ‘30 attirava tutte le classi sociali e l’emulazione delle star del cinema divenne una forza trainante nello stile di vita. Riviste come Vogue e Mademoiselle usavano le star come modelle nei servizi di moda, eclissandole al livello dei reali europei, con la sola differenza che essi non costituivano un’aristocrazia immutabile per nascita, quanto piuttosto un’élite variabile accomunata dalla bellezza, talento e una buona dose di fortuna. Questo elemento di casualità, faceva sì che il pubblico potesse adorare i suoi eroi e insieme identificarsi con loro, con la ferma convinzione che i sogni potevano sempre avverarsi. Oltre a creare il gusto per abiti e gioielli di lusso, Hollywood ispirò anche una cultura della vita notturna nella quale era possibile comportarsi come le star. Uomini e donne si vestivano con i propri abiti più splendidi e andavano in città, a coppie o in gruppo, per godersi quella che la rivista Vogue definiva “café society”. L’ampia scelta di locali notturni destinati ai vari ceti sociali, produsse una domanda crescente di accessori di tutti i generi, che si armonizzassero non solo con gli abiti ma anche con l’ambiente in cui erano indossati. Gli stili degli abiti e i gioielli da cocktail avevano in comune la predilezione per le forme grosse e audaci, d’impatto cinematografico.

coro.JPG

Spilla anni ‘40 firmata Coro.
Collezione Silvia Fini

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’industria della moda era assediata dal razionalismo e l’occupazione della Francia, nel 1940, aveva bloccato sia l’esportazione della moda, che le pubblicazioni dell’edizione francese di Vogue, creando una forma di isolamento. Negli Stati Uniti, il regolamento restrittivo L-85 specificava addirittura l’esatta quantità di stoffa utilizzabile per ciascun indumento, stabiliva la lunghezza degli orli e delle maniche e si pronunciava anche sui bottoni. L’abbigliamento maschile era una fonte d’ispirazione per lo stile classico, robusto e austero che veniva raccomandato e attrici come Joan Crawford e Marlene Dietrich avevano già accordato al look mascolino il consenso di Hollywood. La tipica moda del tempo prevedeva un tailleur a taglio maschile con le spalle imbottite e le scarpe con la zeppa, che le conferivano un aspetto autoritario e sicuro di sé, coerentemente col suo ruolo di donna lavoratrice.

greta.jpg

Greta Gualandi.
Abito in seta con stampa di gusto orientale, anni ‘40.
Make-up: Francesca Paci
Foto: Nicola Dalmo

Sebbene fosse disegnato con la maggiore eleganza possibile, questo tailleur era quasi una divisa, e aveva bisogno di accessori come i gioielli che lo vivacizzassero e lo rendessero femminile. I gioielli da cocktail apparvero quindi un modo utile per rallegrare il look statico ed essenzialmente utilitario del tempo di guerra. Erano attraenti, divertenti e facilmente disponibili, al punto che, quando la guerra finì, il giro d’affari della cocktail jewelry americana era triplicato dal 1939. Molte piccole società produttrici di gioielli fantasia riconvertirono le loro fabbriche alla produzione di strumenti di precisione, componenti di aeroplani o piastrine d’identificazione, medaglie o fibbie per cintura. Le ditte Trifari e Cohn & Rosenberger (marchio Coro), continuarono produrre gioielli da cocktail, ma dovettero improvvisare per far fronte alle restrizioni sulle materie prime. La loro ingegnosità diede luogo, paradossalmente, ad alcuni dei gioielli fantasia più straordinari e collezionabili del secolo.
Il periodo post-bellico fu un’epoca di ottimismo, l’economia era in piena espansione e gli impianti per la produzione in serie, messi a pieno regime dalla guerra, furono utilizzati per una gamma sempre crescente di beni di consumo. Dopo anni di abiti mascolini, nel 1947 Christian Dior trasformò il look femminile suscitando scalpore e focal

alessia2 piccola.jpg

Alessia Fiocchi.
Abito Clara Centinaro.
Make-up: RossMakeup
Foto: Nicola Veronesi

izzando nuovamente l’attenzione sulle collezioni parigine. Egli divenne rapidamente la linea guida dello stile degli anni ‘50 sia negli Stati Uniti che in Europa. Il new look era basato su una femminilità molto studiata: le sue lunghe gonne spesso ondeggianti richiedevano quantità inaudite di tessuto e riflettevano il nuovo stile di vita e consumo agiato. Il corpo femminile tornava ad essere costretto in curve esagerate ottenibili solo con bustini e corsetti, mentre la rigidità dei tagli anni ‘40 era ammorbidita da spalle scivolate e scollature vertiginose. La formalità del new look richiedeva tacchi alti, ampi cappelli, guanti bianchi e numerosi gioielli importanti: lusso che le donne, dopo anni di austerità imposta dalla guerra, mostrarono di gradire.

Ippodromo Bologna per Silvia Fini 2017

Maria Elena Cesari.
Completo in broccato e sangallo
anni ‘70.
Make-up: RossMakeup
Foto: Nicola Dalmo

Negli anni ‘60 la ribellione dei giovani, che per la prima volta nella storia trovò voce e attrasse enorme pubblicità, prese come obiettivo lo stile maturo di Dior degli anni ‘50, contribuendo alla diffusione degli stili adottati dagli adolescenti. I progressi della produzione in serie condussero a una crescente produzione di massa della moda per tutto il XX secolo, e negli anni ‘60 il forte incremento demografico del dopoguerra costituì un enorme mercato per l’industria. I profondi cambiamenti sociali e morali vennero espressi con forza da una grande varietà di stili, che si sovrapposero coesistendo.

eleonora2 piccola.jpg

Eleonora Messeri. Abito anni ‘60 Optical art.
Make-up: Francesca Paci Foto: Nicola Veronesi

A partire dal 1961, la concreta possibilità e il fascino dei viaggi nello spazio, contribuì a creare un’immagine del tutto nuova di “era spaziale”, alla quale diedero un forte impulso la nuova generazione di designer francesi come Pierre Cardin. Intuendo che l’alta moda, nel senso tradizionale del termine era in declino, questi nuovi professionisti usarono le sfilate principalmente come vetrine per le loro collezioni prêt-à-porter, più o meno come fanno i designer attuali. Una delle forme d’arte più originali e rappresentative degli anni sessanta è la “Op art” (optical art).

Ippodromo Bologna per Silvia Fini 2017

Victoria Sinardi Brunello.
Abito Emmanuel Ungaro, anni ‘60.
Make-up: Claudia Calzoni
Foto: Nicola Dalmo

Si tratta di un movimento di arte astratta nato intorno agli anni cinquanta e sviluppatosi poi negli anni sessanta, caratterizzata dall’approfondimento di ricerche ottico-percettive condotte nell’ambito del Bauhaus, del Futurismo e del Dadaismo. Gli artisti della Op-art si servono delle tecniche industriali per ricreare i loro effetti ottici e di movimento, e di congegni meccanici, luminosi, ellettromagnetici, oltre ad i classici accostamenti di colori netti a linee, punti, forme geometriche che destano nell’osservatore reazioni ottiche e psicologiche.

lizzy piccola.jpg

Elizabeth Sinardi Brunello.
Abito Emmanuel Ungaro anni ‘60
Make-up: Claudia Calzoni
Foto: Nicola Dalmo

Nella sua stupefacente varietà, la moda degli anni ‘60 fu caratterizzata da una libertà senza precedenti. In questo clima di illimitate possibilità, la ricerca della nuova grande idea era continua, favorita dall’immediata disponibilità di articoli di moda economici e prodotti in serie.  La produzione in serie richiede una comunicazione di massa che crei la domanda per i beni effimeri riversati senza sosta sul mercato. I primi significativi legami erano stati con i film di Hollywood, ma negli anni ‘60 la produzione in serie serviva ormai una cultura di massa diffusa da una incredibile varietà di media: la televisione, i network d’informazione, le riviste e la musica pop. Il culto dell’immagine, della celebrità, e la connessa frenesia consumistica provocarono una violenta reazione idealistica, che sfociò nel movimento hippy “flower power”.

Ippodromo Bologna per Silvia Fini 2017

Aneta Malinowska.
Abito in seta  flower power. Anni ‘70.
Make-up: RossMake
Foto: Nicola Dalmo

Questo movimento tentò di dar vita alla controcultura di una società alternativa, basata su valori non mercantili. Ma anche questa immagine hippy era facilmente sfruttabile e condusse alla produzione di una grande quantità di abiti con decorazioni floreali e relativi accessori.

Autore: Silvia Fini

Il Neoclassicismo e la nascita del gioiello fantasia

12 Mag

La seconda metà del ‘700 fu l’epoca del Grand Tour, ma anche di guerre e rivoluzioni che scossero l’Europa. Le rapine sulle pubbliche vie stavano diventando sempre più comuni e molti facevano fare copie dei loro gioielli, in materiali non preziosi, per portarli con sé nei viaggi. La passione per il classicismo inoltre, animata dalle scoperte di Ercolano e Pompei, coincise coi moti d’insofferenza per l’artificiosità e la frivolezza che avevano dominato le corti europee, incoraggiando l’esaltazione dello spirito e della virtù, come antidoto agli eccessi della vita mondana. Accanto alle semplici copie dei gioielli preziosi dunque, se ne diffusero altri di valore sentimentale, contenenti ciocche di capelli intrecciati racchiusi in teche, o recanti messaggi d’amore. Fig.1

2006BH1218_jpg_l

fig.1 spilla con capelli intrecciati. Victorian & Albert Museum


Uno dei grandi protagonisti di questa rivoluzione sociale del gioiello fu Georg Friedrich Strass (1701-1773). Originario di Wolfisheim, vicino a Strasburgo, Srass nel 1724 si trasferì a Parigi e si diede a sperimentare tagli e incastonature lavorando le belle gemme in vetro provenienti dall’Inghilterra e dalla Boemia. Già attorno al 1670 il londinese George Ravenscroft (1632-1683) aveva sviluppato un tipo di vetro, detto flint, a base di ossido di piombo, la cui durezza era tale da consentirne la sfaccettatura. Strass ne produsse una qualità più resistente e in pochi anni divenne famoso per i suoi gioielli spettacolari, anche se d’imitazione, firmati con una sigla GFS sovrastata da una corona, fino a ricevere la nomina di gioielliere del re Luigi XV nel 1734. Il successo di Strass fu certo indice di un singolare cambiamento nelle convenzioni sociali: prima del suo successo, i gioielli erano considerati un rivelatore di status sociale, ma ad un tratto, donne delle classi medie potevano indossare gioielli simili a quelli delle dame di alto rango.
Sul finire degli anni ‘80 del XVIII secolo, questi accenni all’eguaglianza sociale presero una drammatica piega con lo scoppio della Rivoluzione Francese. Durante il cosiddetto “periodo del Terrore”, possedere gioielli indicava l’appartenenza all’aristocrazia ed era sufficiente per condannarne il proprietario. Molti gioielli vennero nascosti, altri ceduti ai rivoluzionari per assicurarsi la fuga o ingraziarsi qualcuno, persino alcuni gioielli della Corona francese vennero venduti, provocando un crollo dei prezzi a livello europeo.
Terminata la Rivoluzione ricomparve l’ostentazione, espressa nel fervore neoclassico degli stili Direttorio e Impero, ma da questo momento in poi gli artigiani non abbandonarono mai la produzione di alternative economiche, apprezzate da un pubblico vastissimo, dando vita ad una assidua ricerca di materiali alternativi ai preziosi, da impiegare nella fabbricazione di gioielli alla moda.

2006AB1990_jpg_l.jpg

fig.2 Pendente con pietre in vetro opalino. Victoria & Albert Museum.

L’uso dei vetri speciali, come il Vauxhall o il vetro opalino, consentiva all’orafo di lavorare con meno limiti, rispetto alla lavorazione delle pietre autentiche, data l’ampia gamma di dimensioni e forme ottenibili. Con il vetro e l’uso di particolari ossidi si imitarono anche altre pietre: ad esempio incastonando vetro opalescente azzurro su di un foglio in lamina rosa, si poteva sostituire l’opale. Fig.2
Nella ricerca di un sostituto del diamante, si distinse anche uno dei più grandi industriali inglesi del secolo, Matthew Boulton (1728-1809), che nella sua fabbrica di Soho, a Birmingham, già nel 1770 impiegava più di ottocento operai nella produzione di oggetti in acciaio sfaccettato. L’acciaio, lavorato a grano sfaccettato o a borchia, oppure perforato in modo da formare decorazioni piatte e anelli decorativi per catene, veniva esportato dall’Inghilterra in tutta Europa. La maggior parte dei gioielli veniva realizzata con borchie sfaccettate disposte secondo vari motivi, ravvicinate per aumentarne lo scintillio, oppure fissate o avvitate su una base d’acciaio, il che fa ipotizzare che si tratti di una tecnica sviluppata in origine più da fabbri che da gioiellieri.

charlotte-queen-of-botany.jpg

fig.3 “Queen Charlotte” di Thomas Frye. Metropolitan Museum of Art

Oltre ai gioielli, erano di gran voga anche accessori come piccole borse in tessuto, finemente ricamate con perline in vetro o acciaio sfaccettato. Boulton impiegò con grande successo anche un altro sostituto del diamante, la marcassite, in genere montata su argento o peltro e spesso abbinata allo smalto in monili costosi, indossati da persone appartenenti a tutti i livelli sociali. Cinture, bottoni, orecchini bracciali, pendenti e chatelaine erano così belli e alla moda, che nel 1767 la regina Carlotta, moglie di Giorgio III, commissionò a Boulton due importanti catene che richiesero due mesi di lavoro. Fig. 3
All’inizio dell’800 Boulton unì il suo talento a quello di un altro innovativo imprenditore inglese, il ceramista Josiah Wedgwood (1730-1795), celebre per la produzione delle sue lastrine in materiale che imita il diaspro, impiegate in gioielleria per soddisfare l’enorme richiesta di cammei.

2006AA3878_jpg_l.jpg

fig.4 Chatelaine in acciaio sfaccettato con cammeo in jasperware. Victoria & Albert Museum

Fig.4
Il Jasperware di Wedgwood venne ben presto copiato in porcellana dura dalle fabbriche di Sèvres e Meissen. Nello stesso periodo, James Tassie (1735-1799) di Glasgow e suo nipote William, utilizzarono stampi tratti da famose raccolte antiquarie per realizzare cammei in vetro, mentre anelli e medaglioni con scene dipinte sull’avorio venivano donate come pegni d’amore. Fig.5

2007BN0506_jpg_l.jpg

fig.5 Anello con cammeo in vetro di James Tassie. Victoria & Albert Museum


Accanto poi all’impiego di materiali alternativi alle pietre e ai cammei, altri inventori si cimentarono nella ricerca di sostituti di metalli preziosi. Ad uno di questi sperimentatori, l’orologiaio londinese Christopher Pinchbeck (1670-1732), si deve l’invenzione di una lega che porta il suo nome, nata da una combinazione di rame e zinco, con proprietà molto simili all’oro, di aspetto caldo e brunito, che si lavorava facilmente ed era ancora più durevole del metallo prezioso. Come l’oro poteva essere colorata aggiungendo leghe diverse e si abbinava molto bene agli strass. Per tutto il tardo XVIII secolo fino al 1830 circa, il pinchbeck venne impiegato per creare un numero considerevole di orologi, chatelaine e diademi, tutti contraddistinti da un alto livello di lavorazione, anche se destinati ad una clientela di livello modesto. Fig.6

2006AX6973_jpg_l.jpg

fig.6 Chatelaine in pinchbeck. Victoria & Albert Museum


Nel 1773, l’invenzione di Pinchbeck era già imitata in Gran Bretagna e in Francia, e in seguito il termine iniziò ad essere usato impropriamente per indicare ogni tipo di metallo dorato.
I gioielli d’imitazione, rivestono particolare interesse perché rivelano i tipi di lavorazione in uso all’epoca: i preziosi venivano infatti continuamente rielaborati e quindi la maggi

locket S

fig.7 Spilla con pendente apribile. Collezione Silvia Fini.

or parte dei pezzi autentici del XVIII secolo non sono pervenuti integri fino ai nostri giorni. Era invece meno probabile che i gioielli imitati venissero alterati al cambiare delle mode, dato il loro scarso valore. Fig.7
Nato per scopi pratici e come rivalsa sociale, il gioiello d’imitazione avrà ben presto una sua storia autonoma, più libera e rivelatrice degli usi e costumi rispetto al gioiello autentico, fino a diventare assoluto protagonista della moda e dell’arte. Fig.8

spilla uomo ap

fig.8 Spila da cravatta con perle di fiume e ametista. Collezione Silvia Fini.

 

Autore: Silvia Fini
Articolo pubblicato sulla rivista: L’Informatore Europeo d’Arte e di Antiquariato

Race Style Party

9 Mag

00f/16/kofa/14579/3x07a
Il 2 giugno, in occasione del 70°
Gran Premio della Repubblica

l’ippodromo Arcoveggio di Bologna si veste a tema “Race Style” per ricreare l’atmosfera degli anni d’oro della sua fondazione. Si tratta di un evento ascot3d’importanza nazionale, che vede una delle gare al trotto più appassionanti dell’anno, con l’anteprima della mostra in occasione degli ottantacinque anni dalla fondazione. Prima e dopo la gara, che vedrà la premiazione del campione nazionale, sarà possibile ammirare una sfilata di moda vintage, per rivivere quello che rappresentavano gli eventi ippici nella cultura bolognese dei primi anni del Novecento.
Andare all’ippodromo significava partecipare ad uno dei più lussuosi eventi mondani, in cui esisteva un vero e proprio dress code e dove era possibile ammirare le tendenze più chic della moda da giorno: per le donne un vestito da cerimonia pomeridiano con cappello, per gli uomini un abito nero o grigio con pantaloni normali o a righe, un panciotto e un cappello a cilindro. ascot
Tutti i partecipanti che aderiranno al dress code, avranno la possibilità di realizzare foto in ambientazione vintage da condividere sui social.

Scarica da qui il tuo ingresso omaggio:Volantino-gp-rep

Organizzatore: Silvia Fini cell. 3661221360
Presso: Ippodromo Arcoveggio di Bologna Ingressi: Via dell’Arcoveggio, 37/2 e Via Corticella, 102
Giorno: 2 giugno (festa della Repubblica)
Orario: 15,30 – 18,30
Bambini: animazione gratuita
Parcheggio: a pagamento all’interno della struttura
Evento su facebook: https://www.facebook.com/events/1955302488022069/

 

Reuse with love

8 Apr

Già lo aveva anticipato Paco Rabanne negli anni ’60, ma oggi è più che mai evidente, che
il futuro della moda sta nel riutilizzare in modo diverso gli oggetti del passato e quindi…
vetrina– il vecchio computer iMac si trasforma in una cornice digitale
– le cravatte da uomo in seta diventano una gonna multicolor
– le spille “Flower Power” degli anni ’60 completano le borsette realizzate con ritagli di tappezzeria
– i cappelli in paglia e le borsette in raffia degli anni ’60, abbinati alla lingerie, creano un attualissimo outfit “Country Chic”.

Questa è la mia vetrina green… vediamo come è fatta…

Il primo abbinamento, molto semplice, è comIMG_1096posto da un top e una gonnellina fatti all’uncinetto, che creano un intrigante gioco di trasparenze.
Per rendere l’outfit più portabile, ho aggiunto un sottogonna bianco, utilizzato in origine per dare volume alle ampie gonne degli anni ’50 – ’60. La cintura è impreziosita da fiori in velluto, che un tempo facevano parte di un’ acconciatura, oppure venivano inserite nei cappellini. Tutti questi elementi, nati qualche anno fa dalle abili mani delle nostre artigiane, possono essere riutilizzati in modo diverso per dar vita ad un look giovane, fresco e divertente, in stile Country Chic.
IMG_1111.JPG
Gli accessori adatti a questo outfit sono le vecchie borse in raffia, oppure in paglia o in macramè, le scarpe con le zeppe in corda, le borse in tappezzeria, i bracciali e le collane in legno…
l’ imIMG_1134.JPGportante è giocare sugli abbinamenti di colore e sui materiali di origine naturale, piacevoli al tatto, caldi e comodi da indossare.

Ma qui siamo di fronte, comunque, ad oggetti tratti dal mondo della moda femminile. La sfida vera è trovare un reimpiego per oggetti che non fanno parte di questa sfera, come le cravatte maIMG_1089.JPGschili. Qui il riutilizzo si fa interessante, anche perché la moda maschile, da sempre, impiega materie prime di grandissima qualità come la seta o il cashmere, che è un peccato dimenticare nei cassetti.
Un’idea intelligente, piuttosto diffusa, è di creare accessori: collane, spille, coccarde, borsette, ecc..
Io ho invece pensato di nobilitare le vecchie cravatte, ormai fuori moda, realizzando delle gonne multicolor come questa, divertente, inedita e di forte personalità, da completare con una camicetta molto femminile.

Autore:
Silvia Fini

Nati in Siberia, prodotti in Europa

27 Mar

siberica
Prodotti: gel doccia tonificante,
shampoo volumizzante e nutriente,
shampoo alle bacche reali
Ditta produttrice: Natura Siberica
Paese di origine: Russia
I prodotti Natura Siberica hanno ottenuto la certificazione europea ECO cosmetici biologici ICEA e non contengono derivati petrolchimici, siliconi, parabeni e coloranti artificiali.
Attualmente Natura Siberica è l’unica azienda russa membro del COSMOS-STANDARD AISBL società europea che certifica i prodotti cosmetici.

Oggi voglio parlarvi dei prodotti di Natura Siberica, un’azienda fondata nel 1997, che utilizza estratti di piante selvatiche provenienti da alcune tra le zone più incontaminate del pianeta: la Siberia, l’Estremo Oriente, le isole Faroe (Danimarca) e la riserva naturale di Alladale (Scozia).
Questa azienda ha impiantato tre aziende agricole biologiche, in grado di mantenere le stesse condizioni climatiche della natura selvatica, per conservare intatte tutte le proprietà di queste piante uniche nel loro genere.
La base impiegata per di tutti i prodotti è un olio estratto dal pino siberiano (Pinus Sibirica) che, come molte piante tipiche di ambienti con condizioni climatiche estreme, è ricco di elementi preziosi che rinforzano le barriere naturali della pelle, proteggendola dal vento e dal freddo: è cinque volte più ricco in vitamina E dell’olio d’oliva e tre volte più ricco in vitamina F dell’olio di fegato di merluzzo.
Natura Siberica ha ricevuto numerosi riconoscimenti in fiere e manifestazioni di tutto il mondo, tra i quali il premio “Best Green Cosmetics” del Cosmoprof 2012. E’ il primo marchio russo di cosmetici biologici certificati, vanta l’impiego di moderne teconologie produttive, un rigoroso controllo qualità e un’accurata selezione di piante raccolte in modo sostenibile: le piante coltivate nelle fattorie biologiche di Natura Siberica, sono certificate ICEA (Istituto per la Certificazione Etica Ed Ambientale).
Il primo prodotto che ho avuto il piacere di provare è il gel doccia tonificante, contenente estratti di: Rodiola rosea, rucola siberiana, menta biologica, olio biologico di rosa canina, geranio siberiano, estratto biologico di camelia. Il profumo è delicato ma gradevolmente fiorato, lascia la pelle idratata e morbida.
Lo shampoo volumizzante contiene: pino nano siberiano e pulmonaria selvatica. La profumazione è delicata ma molto gradevole e particolare. I capelli vengono riparati dagli amminoacidi essenziali derivati dalla pianta del pino, dopo il lavaggio sono lisci e luminosi grazie alla pulmonaria selvatica, ma non risultano appesantiti da sostanze grasse, quindi lo trovo adatto per  tutti i tipi di capelli, soprattutto se sottili o sfruttati.Lo shampoo alle bacche reali contiene: bacche dorate biologiche dei rovi camemori, olio di mirtillo rosso artico e olio biologico di olivello spinoso del nord. I popoli siberiani già dall’antichità utilizzavano i frutti di bosco per la cura dei capelli, mentre le bacche dorate erano ben note alla famiglia degli Zar per le loro proprietà uniche.. si tratta dunque di uno shampoo preparato seguento vecchie tradizioni.
La profumazione al mirtillo è intensa ma non persiste dopo il lavaggio, deterge delicatamente e lascia i capelli visibilmente idratati e luminosi. Un prodotto ideale per tutta la famiglia.

Autore
Silvia Fini